Il deposito nazionale, un’anomalia tutta italiana

Pubblicato da Francesco il

Il deposito nazionale

Un'anomalia tutta italiana

A partire dal 1986, anno dell’esplosione del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, l’Italia non ha mai avuto un buon rapporto con la radioattività e il nucleare. I referendum del 1987 e del 2011 hanno dimostrato come nell’opinione pubblica italiana si sia radicata una forte e profonda fobia, la quale ancora oggi impedisce di affrontare dibattiti di interesse nazionale che riguardano l’energia nucleare. Oggi tuttavia è arrivato il momento di fare i conti con un problema che il nostro paese non può più rimandare, ovvero lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi, e la costruzione del deposito nazionale delle scorie nucleari.
1) Che cosa è il deposito nazionale?
Il deposito nazionale è una struttura che ha come obbiettivo quello di ospitare in maniera definitiva i rifiuti radioattivi a bassa e media attività, e fornire un sito di stoccaggio provvisorio per i rifiuti ad alta attività.
2) Perché è necessario?
Nel nostro paese è presente un importante numero di rifiuti radioattivi, circa 33,000 m3, i quali provengono da varie fonti e si classificano in diverse categorie. Secondo la classificazione ministeriale vi sono 5 livelli di pericolosità: il primo comprende quei rifiuti radioattivi che hanno una vita media breve, ovvero inferiore ai 100 giorni. Essi necessitano di essere opportunamente stoccati per un breve periodo di tempo (attorno ai cinque anni) dopo il quale la loro attività è abbastanza bassa da essere compatibile con i livelli naturali. Le altre quattro categorie differiscono invece per l’attività, ovvero per il numero di decadimenti che avvengono per ogni secondo. Maggiore sarà questa attività maggiore sarà la produzione di radiazione e la loro pericolosità. Questi quattro livelli vanno da molto basso, basso, medio e alto. Maggiore sarà il livello, maggiore sarà l’emissione di radiazioni e dunque maggiori saranno le precauzioni da adottare.
3) Come è la situazione in Italia?
Nonostante in Italia dal 1987 non sia più possibile produrre energia nucleare attraverso l’utilizzo di centrali, il volume dei rifiuti aumenta costantemente e non è trascurabile. Vi sono infatti diverse fonti che producono tali scorie. Prima del 1987 in Italia erano presenti 4 centrali termonucleari funzionanti (Trinio Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano) le quali durante il loro ciclo di vita hanno prodotto scorie nucleari ad alta attività, e il loro smantellamento che ancora oggi è in atto, produce un importante volume di scorie a media attività. Vi sono inoltre altri 4 reattori nucleari presenti in Italia, utilizzati non a scopo di produzione energetica ma a scopo di ricerca, i quali continuano a produrre scorie. Vi è infine un importante volume di rifiuti a bassa e molto bassa attività che sono costantemente prodotti dall’utilizzo delle radiazioni in ambito medico e tecnologico e scientifico.
4) Come trattare questi rifiuti?
I protocolli internazionali prevedono lo stoccaggio dei rifiuti a bassa, molto bassa e media radioattività in opportuni depositi di superficie, mentre i rifiuti ad alta attività necessitano un sito di stoccaggio in profondità. L’Italia per ora non ha nessuna di queste tipologie di depositi, mentre tutti i paesi sviluppati che hanno avuto una importante storia nucleare possiedono almeno un sito di stoccaggio a bassa profondità. I siti ad alta profondità sono presenti solo negli USA e in Finlandia. Risulta dunque evidente come lo stivale sia rimasto indietro rispetto al resto del mondo, e necessiti di un deposito unico al più presto. I rifiuti fino ad ora prodotti sono conservati in diversi depositi temporanei, i quali tuttavia non possono essere utilizzati a lungo, dato che sono stati progettati con una vita di circa 60 anni, la quale sta giungendo al termine. Oltre ai pericoli per la sicurezza pubblica, la con- tinua manutenzione richiesta da questi siti necessita di una grande quantità di denaro.
5) Il deposito nazionale: a che punto siamo?
In Italia il progetto di costruzione di un deposito nazionale a bassa profondità è iniziato da diversi anni, è curato dalla SOGIN, e sta per entrare nella fase più cruciale. Nel 2021 è stata infatti pubblicata la CNAPI, la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee. Questa è stata ottenuta attraverso l’esclusione dal territorio nazionale tutte le aree in cui non è possibile costruire il deposito. Per individuare tali aree sono stati applicati 28 criteri, di cui 15 detti “di esclusione” e 13 detti “di approfondimento”. Tra questi criteri vi è per esempio la necessità che il sito sia sufficientemente lontano da una area abitata, che esso non faccia parte di un parco naturale, che il terreno non abbia una pendenza maggiore del 10% e che la sua altitudine sia compresa tra i 20 e i 700 metri sul livello del mare. Le aree potenzialmente idonee individuate sono 67, classificate in 6 categorie di idoneità. In seguito alla pubblicazione della CNAPI si è aperta una fase di consultazione pubblica, dove tutti i soggetti interessati hanno potuto offrire suggerimenti su eventuali modifiche della carta. Questa fase è stata conclusa nella parte finale del 2021, e i dati sono stati trasferiti all’allora Ministero della Transizione Ecologica, il quale in accordo con l’ISIN dovrebbe pubblicare (in un futuro prossimo) la CNAI, la carta nazionale delle aree idonee. In seguito a questa futura pubblicazione si aprirà la fase più complessa, ovvero l’individuazione di un unico sito in cui costruire il deposito. Il governo vorrebbe evitare un’imposizione dall’alto contro il volere delle comunità locali, e pertanto si spera che almeno uno tra i siti idonei si autocandidi, vincendo il problema (non solo italiano) del “not in my backyard”.
6) Come è fatto il deposito?
Il deposito coprirà un’area di circa 150 ettari, 110 dei quali saranno dedicati al deposito vero e proprio, mentre 40 di essi saranno dedicati alla costruzione di un parco tecnologico, dedicato alla ricerca sullo stoccaggio dei rifiuti radioattivi. Il processo di costruzione del deposito durerà circa 4 anni e creerà indirettamente o direttamente circa 4000 posti di lavoro, i quali scenderanno a 700 una volta terminata la costuzione e l’entrata in gestione ordinaria del sito. Esso è progettato per contenere circa 78,000 m3 di rifiuti, di cui 33,000 m3 sono già stati prodotti, mentre il resto sarà prodotto in futuro. In totale dovrebbero essere stoccati 50,000 m3 provenienti dallo smantellamento delle vecchie centrali nucleari e 28,000 m3 provenienti dalla produzione industriale, ospedaliera e dalla ricerca scientifica.
Categorie: Generale